E’ stato un incontro come gli altri quello dal titolo Contro le mafie: giornalisti, imprenditori e magistrati in prima linea. Ai dibattiti sulla mafia gira e rigira i temi trattati sono a turno sempre gli stessi. Certo una novità c’è.
Si presenta l’Osservatorio della Fnsi e dell’Ordine dei giornalisti sui cronisti minacciati dalle mafie perchè, come spiega Angelo Agostini, direttore di Problemi dell’Informazione, sono più di 40 i giornalisti che hanno ricevuto intimidazioni tra il 2006 e il 2008. A eccezione del presidente Confindustria Sicilia Ivanhoe Lo Bello, rappresentante di quel progetto della confederazione degli industriali dell’isola di cacciare tra i soci coloro che pagano il pizzo, sono tutti giornalisti quelli seduti sul palco del teatro Pavone. Il magistrato che doveva rappresentare su quel palco l’uomo di legge, Raffaele Cantone non è arrivato per problemi di famiglia.
E allora giornalisti, ognuno nella sua specificità. C’è appunto Angelo Agostini, che invita a dedicare fra un anno il numero di Problemi dell’Informazione sulle mafie che conquistano il nord Italia. E invita le quattro scuole di giornalismo di Milano a occuparsene, poi precisa che anche l’Ifg di Urbino sarà chiamato a dare un contributo. C’è David Lane, inviato in Italia dell’Economist, lo straniero che afferma che sarebbe impensabile che i fatti che accadono in Italia possano accadere nel Regno Unito perchè “chi è accusato per associazione mafiosa non può essere chiamato statista” (una precisazione, parlava di Giulio Andreotti). C’è Alberto Spampinato, consigliere nazionale del Fnsi e fratello di Giovanni Spampinato, giornalista ucciso da esponenti della criminalità organizzata ragusana. Spampinato spiega come le tre forze protagoniste dell’incontro, giornalisti, imprenditori e magistrati debbano lavorare in sinergia contro le mafie e afferma che i politici non sono presenti perchè dovrebbe essere assodato che lavorino contro i criminali. Ma poi chiama in causa Lirio Abbate, giornalista dell’Ansa di Palermo sotto scorta da due anni. Abbate si chiede se piuttosto che i mafiosi latitanti non sia più grave che alcuni siedano in Parlamento. A seguire Spampinato chiede se il pizzo non corrisponda al silenzio imposto ai giornalisti dal potere politico. I parlamentari col silenzio hanno fatto strada, e Peter Gomez, giornalista dell’Espresso e autore di libri di inchiesta, non assolve nè a destra nè a sinistra. E illustra la vicenda di Mirello Crisafulli, ex Ds, che nel 2000 era stato ripreso da microspie durante un incontro con Raffaele Bevilacqua, capo mafia appena uscito da undici anni di galera. Il politico rifiuterà di immischiarsi con i loschi traffici del mafioso, ma non denuncerà mai il fatto e verrà rieletto nel 2006 come deputato. Nulla di nuovo.
Discorsi di questo tipo vengono fatti di continuo e c’è il rischio di farli retorici. Un fatto non può però diventare retorico, anche se fosse raccontato di continuo. Anzi, otto fatti. Otto giornalisti. Otto nomi. Otto persone. Tanti i giornalisti morti in Sicilia vittime della mafia. Parlare dei malaffari tra politica e criminalità è essenziale, eppure gli amministratori dello stato continuano a tacere e non tutti gli italiani si indignano. Più forte sarebbe l’impatto di queste otto storie. Per non farli diventare nove, dieci, venti, che si racconti ogni giorno di questi giornalisti. E per non farne solo un numero, iniziamo dai nomi.
Cosimo Cristina
Mauro De Mauro
Giovanni Spampinato
Giuseppe Impastato
Mario Francese
Giuseppe Fava
Mauro Rostagno
Beppe Alfano





Superattivo, il popolo del Festival continua a fare sponda da un posto all’altro nel cuore di Perugia. Fuori piove, una fiumana di persone con ombrello si accalca fuori dal Teatro Pavone in attesa che, fra due ore, cominci a parlare Marco Travaglio. Dentro la Sala dei Notari invece l’atmosfera è intima e non c’è il tutto esaurito: a pochi metri e fra qualche ora c’è il freelance più seguito d’Italia, e già calamita attenzione e persone.
Oggi, di venerdì, giornalismo istituzionale e bloggers hanno deciso di sfidarsi dal palco del teatro Pavone.
“Nell’intervista concessa a Rainews24 l’avvocato Trantino sembra gentile e gioviale. In realtà aveva già chiesto alla procura di Caltanissetta il sequestro del nastro con l’intervista a Borsellino“. Enrico Trantino era l’avvocato di Marcello Dell’Utri.